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 INPS IN FALLIMENTO: DAL 2015 NIENTE PENSIONI ??
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roberto
Moderatore




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Inserito il - 02/02/2014 : 23:16:31  Mostra Profilo Invia a roberto un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
INPS IL 2015 L'ANNO DEL COLLASSO È VICINO!
ADDIO PENSIONI: I SOLDI SONO SPARITI PER COLPA DELLA RIFORMA FORNERO CHE HA INGLOBATO IL FONDO PENSIONE DEGLI STATALI IN PROFONDO ROSSO (INPDAP) ED IL FONDO PENSIONE DELLO SPETTACOLO E DELLO SPORT (ENPALS) CON IL FONDO PENSIONI DEI LAVORATORI PRIVATI (INPS)

In poche parole i politici e i dipendenti statali avevano un fondo pensione che creava un buco da 10 miliardi di euro all'anno (e te credo... con quelle pensioni d'oro...) e con la riforma Fornero sono andati a prendere i soldi dal fondo pensione dei lavoratori dipendenti privati (INPS) che prima della riforma nel 2011 era in attivo per più di 40 miliardi di euro, e dopo 2 anni ne ha già persi 25. Quindi nel 2015 fine dei soldi per l'INPS e di conseguenza per tutti i lavoratori privati che speravano di andare in pensione.

STIPENDI D'ORO

Antonio Mastrapasqua, presidente Inps: 216.711,67 euro. Senza contare gli altri incarichi che ricopre come ad esempio vice presidente di Equitalia.

INPS: dal 2015 non ci saranno soldi per pagare le pensioni

La situazione del nostro Paese sta raggiungendo livelli di pericolosità estrema: i furti sono in netto aumento, così come i disoccupati, gli esodati e i poveri che quest’anno raggiungeranno quota 4 milioni..

Oltre a ciò, sono presenti tanti altri problemi tra cui quello della sanità pubblica, in grave difficoltà economica, e quello dell’INPS: parliamo infatti dell’Istituto Nazionale Di Previdenza Sociale che, a partire dall’anno 2015,potrebbe non avere più i soldi necessari per poter pagare le pensioni.

Questo è ciò che si evince dalla lettera inviata dal presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, e indirizzata alla professoressa Fornero e a Grilli: sulla lettera è presente il sigillo della Corte dei Conti, e quindi dei magistrati contabili che analizzano il bilancio di previsione 2013.
Secondo questi ultimi il fatto di aver inglobato l’INPS con altri enti quali Inpdap ed Enpals, manovra voluta dalla Fornero col decreto Salva Italia, avrebbe portato gravi conseguenze all’interno delle casse dell’Istituto di Previdenza.

Nonostante un cospicuo aumento del pagamento dei contributi obbligatori per l’anno 2013, i conti dell’INPS non tornano: quest’ultimo deve pagare circa 265.8 miliardi e l’incasso dei nuovi contributi è ipotizzato all’incirca a 213.7 miliardi.
Come si può notare, se si desidera che i conti siano in regola è necessario varare qualche provvedimento.

Attualmente presso l’Istituto di Previdenza Sociale si stanno facendo diverse prove e calcoli per eventuali tagli, ma ciò che preoccupa maggiormente i cittadini italiani è che il Consiglio dei Ministri possa inventarsi una nuova riforma delle pensioni.
Intanto è stato deciso di non inviare più il CUD ai pensionati tramite posta e, come già si evince, quelli che ci rimetteranno principalmente saranno sempre i soliti.

CRISI, INPS al collasso

Una azienda con un patrimonio di 41 miliardi che nel giro di un paio d'anni ne avesse persi così tanti da farlo scendere a soli 15, verrebbe considerata sana oppure oppure desterebbe se non altro l'interesse di andarne a capire il motivo? E ancora di più: nel caso in cui questa "azienda" fosse di importanza fondamentale non solo per i suoi azionisti ma per l'intero Paese del quale fa parte, sarebbe il caso, a livello informativo, di dare risalto alla notizia e di farla entrare nel dibattito pubblico?

Le risposte sono scontate, ma le domande servono a introdurre l'argomento. Perché lo Stato del quale parliamo è l'Italia, e l'"azienda" con questi conti disastrati si chiama Inps.

L'istituto di previdenza, infatti, aveva a inizio 2011 un patrimonio di 41 miliardi, come detto, il quale si è ridotto a soli 15 in 24 mesi. Ma è a livello tendenziale che le cose peggiorano e destano ancora più preoccupazione.

Ci sono due elementi importanti da tenere in considerazione più un terzo che è addirittura determinante.

Inpdap profondo rosso

Il primo, motivo principale di questo calo del patrimonio, è relativo alla fusione recente di Inpdap e Inps, cioè il fatto che il sistema pensionistico del settore pubblico sia stato fatto confluire all'interno di quello del settore privato (operazione datata appunto 2012). La fusione di questi due enti era stata prevista trionfalmente, comunicando che, per via dei tagli alle spese che tale operazione avrebbe comportato si sarebbero risparmiate alcune centinaia di milioni di euro. Cosa puntualmente ancora non verificata, visto che sia la prevista gestione unica degli immobili dei due enti sia la razionalizzazione del personale è ancora di là dal venire.

Nel frattempo, però, questo matrimonio ha portato in dote al sistema pensionistico del settore privato oltre 10 miliardi di rosso, contribuendo ad affossare ancora di più le riserve originarie dell'Inps conteggiate a fine 2011.

Lo Stato moroso

Il secondo dato allarmante contiene una riflessione interessante, visto che, come si dice, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si prende. Dunque, il grande buco dell'Inpdap - che, ribadiamo, era l'ente pensionistico dei dipendenti del settore pubblico - dipende direttamente da un elemento chiave: le pubbliche amministrazioni, da tempo e in modo diffuso, non stanno pagando del tutto i contributi pensionistici dovuti dei propri dipendenti. Si tratta di una somma stimata in circa 30 miliardi, che grava ovviamente sul bilancio già fortemente compromesso dello Stato ma che, attenzione, non è ancora stato messo agli atti, visto che proprio mediante la fusione con l'Inps è stato, per il momento, occultato.

Ora, già il fatto che le amministrazioni pubbliche non stiano versando tutti i contributi dei dipendenti, cioè che lo Stato sia moroso verso se stesso e i suoi dipendenti, è cosa che dovrebbe chiarire da sola la situazione generale. Ma che ora - ed eccoci alla riflessione poco ortodossa accennata poc'anzi - vi sia stata questa misura di accorpamento tra Inpdap e Inps fa venire più di qualche dubbio. È come se - meglio: è - lo Stato avesse scelto di prendere un proprio ente in forte deficit (nel quale da una parte doveva far confluire alcune proprie spese, cioè i contributi dei dipendenti, e dall'altra far uscire altre spese, cioè l'erogazione delle pensioni) e lo avesse inserito, come un cavallo di ***** malefico, nell'altro ente (l'Inps) in cui sono i privati a far confluire i propri contributi per unire il tutto in un calderone, prossimo al collasso, sul quale far gravare un fallimento complessivo. Tra un po', in altre parole, siccome l'Inps, con il patrimonio così drasticamente intaccato e con i conti tendenziali in rosso, non potrà più erogare le pensioni, si prenderà atto della cosa dimenticandosi che buona parte di questo scenario catastrofico dipende proprio dai mancati versamenti del settore pubblico.

Baby boomers all'incasso (forse)

Il terzo elemento, anche in questo caso assente dal dibattito e dalle analisi attuali, risiede nella constatazione che proprio in questi anni, e per il prossimo quinquennio, c'è una enorme fetta del Paese a dover andare in pensione. Si tratta della generazione dei baby boomers. Di quelli, per intenderci, che negli anni Settanta tentarono la "rivoluzione" più celebrata che concreta. E che, "una volta al potere", al posto delle rivoluzioni si sono invece premurati di mettere al riparo i propri meri interessi. Oggi, in età pensionistica, appunto, sono in procinto di passare all'incasso. Se questa massa di persone fosse messa in grado di andare dritta in pensione così come giustamente previsto, l'Inps crollerebbe in modo definitivo nel giro di qualche anno appena. Ribadiamo, infatti, che già a fine 2013 il bilancio complessivo dell'Inps è atteso a poco oltre 15 miliardi. Dai 41 di fine 2011.

Non solo: tutte le operazioni relative al sistema pensionistico degli ultimi anni a questo punto possono - e devono - essere interpretate alla luce dei dati che ora stanno venendo fuori, ma che evidentemente già anni addietro erano ben presenti all'interno degli ambienti politici. Nel luglio del 2010, sul Mensile, pubblicammo questo articolo: "In Pensione a 100 anni". Oggi bisogna aggiornarlo. Il tentativo neanche troppo velato, almeno per chi voglia accorgersene, è quello di evitare proprio che persone possano andare in pensione. Il che si applica facendole lavorare il più a lungo possibile, spostando sempre in là la data in cui sarà possibile andare in pensione. Con questo si otterrà il risultato di aver fatto lavorare tutta la vita le persone, facendogli versare montagne di contributi, sino al punto in cui avranno davanti ancora pochissimi anni, una volta andate in pensione, per avere indietro dallo Stato solo una piccola parte di quanto versato. Sempre che non muoiano prima sulla scrivania del proprio posto di lavoro.

I giovani sono completamente fuori

Parallelamente, il fatto che così tante persone non possano lasciare il posto di lavoro sino di fatto alla vecchiaia comporta anche l'assoluta mancanza di turnover, e dunque pochissimo accesso dei giovani al mondo del lavoro. Come stiamo puntualmente verificando. Questi, già penalizzati dalle riforme Fornero sul lavoro che hanno aumentato le già elevate sperequazioni precedenti, tra contratti da fame a 500 euro al mese e senza alcuna possibilità di accedere a un posto di lavoro degno di questo nome, in ogni caso, ora e domani, non saranno comunque in grado di versare contributi in quantità bastante a pagare le pensioni di chi, via via, in ritardo e alla fine, comunque (per ora: almeno secondo le norme attuali) in pensione poco alla volta ci sta andando.

Il tutto, naturalmente, contribuisce a peggiorare il quadro già disastroso dell'Inps.

Dobbiamo a questo punto necessariamente correggerci. A destare preoccupazione sono le cose incerte. Mentre qui si può tranquillamente parlare di una certezza: l'Inps sta finendo nel buco nero statale e dunque le pensioni non potranno essere più erogate a breve. Molto a breve, a meno di stravolgimenti sistemici (uscita dall'Euro e ripresa della sovranità monetaria, ad esempio) che per ora comunque non sono all'orizzonte. Il che apre scenari non preoccupanti, ma terrorizzanti. Nel silenzio generale di chi sa ma non vuole far sapere.

L'Inps in crisi, liste di mobilità bloccate e pagamenti

della cassa integrazione sospesi. Soldi finiti

Dopo i tagli decisi dal governo Monti, da gennaio i dipendenti licenziati dalle aziende non possono essere più iscritti nelle liste di mobilità. Interrotti i pagamenti per la cassa integrazione in deroga.

Liste di mobilità bloccate. Pagamenti della cassa integrazione in deroga del 2012 sospesi. Soldi finiti. L'Inps sta precipitando nel baratro. E insieme all'istituto di previdenza anche i tanti lavoratori che ad esso sono iscritti e che presto si troveranno senza tutele

La questione, seppur semplice, è drammatica: i fondi ministeriali destinati all'Inps sono terminati. E anche se qualcuno prova a grattare il fondo del barile, da qui in avanti si potrà solo cominciare a scavare.
Dopo i tagli decisi dal governo Monti, da gennaio 2013 i dipendenti licenziati dalle aziende non possono essere più iscritti nelle liste di mobilità. La storia è questa: l'iscrizione a queste liste speciali agevola l'inserimento dei lavoratori licenziati nel mercato del lavoro, favorendo una ricollocazione congrua al profilo professionale dell'utente. Entro 60 giorni dal licenziamento, i lavoratori si devono presentare al centro per l'impiego territorialmente competente e chiedere l'iscrizione alle liste. La commissione regionale per le politiche del lavoro deve poi approvare le domande, che inoltra al centro per l'impiego il quale provvede a trasmettere il certificato di iscrizione alle liste di mobilità al domicilio del licenziato.

Successivamente, ed è questa la cosa importante, le aziende che vogliono assumere queste persone, ottengono agevolazioni, in quanto per un anno (in caso di contratto a tempo indeterminato) o per 18 mesi (in caso di tempo indeterminato) non devono versare contributi. Va da sé, che se il lavoratore licenziato resta fuori da queste liste, le aziende che vorrebbero assumerlo non beneficiano più di questi sgravi contributivi, pertanto, specie in tempi di crisi, nessuna di loro avrà interesse a dare una nuova occupazione a quel lavoratore. Che quindi è condannato alla disoccupazione forzata.
Anche il motivo è semplice, seppur drammatico. Nella legge di Stabilità 2013 varata dal governo Monti non viene più rifinanziato il provvedimento che consentiva ai lavoratori e alle lavoratrici licenziati individualmente per motivi economici, senza diritto all'indennità di mobilità (soprattutto dipendenti di piccole imprese), di usufruire dello sgravio contributivo in caso di nuova assunzione.

Secondo queste disposizioni decadono dal diritto ad usufruire dello sgravio contributivo anche coloro che erano già iscritti nelle liste di mobilità del 2012 e ancora in attesa di una nuova occupazione. Una legge che costava meno di 30 milioni di euro l'anno per tutto il territorio nazionale e che rappresentava praticamente l'unica possibilità per queste persone, espulse dal ciclo produttivo, di poter rientrare nel mondo del lavoro.

Le liste di mobilitazione, dunque, sono state chiuse col finire dell'anno e i lavoratori licenziati che si sono rivolti ai centri per l'impiego si sono visti respingere la loro iscrizione nelle liste per il mancato inserimento nella legge di Stabilità della proroga annuale. Quasi come una beffa, è stato spiegato loro che non è certo se questa mancata proroga della lista, sia da addebitare ad una precisa volontà da parte del governo o ad una dimenticanza.
La portata della mancata proroga in realtà è ben più grave. Dal 1° gennaio 2013 è venuto meno anche lo stanziamento necessario a finanziare gli incentivi per l'assunzione dei lavoratori già iscritti nelle liste di mobilità. La decisione, o dimenticanza, del governo Monti e del ministro Fornero tradisce così le promesse fatte in Parlamento. Dopo il pasticcio "esodati", insomma, siamo di fronte ad un altro provvedimento che colpisce i lavoratori più deboli e le loro famiglie.
L'altro tema che cuoce a fuoco lento è quello delle pratiche bloccate della cassa integrazione in deroga. Con una circolare ministeriale, e una dell'Inps, è stata comunicata l'interruzione nei pagamenti delle pratiche di cassa integrazione in deroga del 2012.

"Insomma, in questo momento migliaia di lavoratori e lavoratrici sono in attesa del trattamento di integrazione salariale o di mobilità a cui hanno diritto, pur essendo stato richiesto nei termini di legge, e si ritrovano senza alcun reddito o con una riduzione della loro paga, per una burocratica prescrizione che ha bloccato decine di migliaia di pratiche di cassa integrazione in deroga e mobilità in tutta Italia", spiega l'esperto di contabilità Samuele Rinaldi.
L'Inps che, con un'incredibile solerzia, ha subito vietato l'accesso al sistema informativo per l'inserimento delle pratiche, sostiene che questa disposizione è giustificata dalla necessità di un monitoraggio efficace. "Ma da quando una necessità contabile viola la legge e produce un blocco di richieste legittime che possono e devono essere esaudite?", si chiede Luigi Ceglia, Femca-Cisl Firenze. Che aggiunge: "Non ci rendiamo conto della gravità della situazione. Così non fanno altro che alimentare malessere. Diventerà un problema di ordine pubblico perché di questo passo andremo allo scontro sociale".

Ed è chiaro a tutti quali siano state le ragioni di questi blocchi: i fondi per gli ammortizzatori in deroga sono finiti.
Infine, alle normali difficoltà di reperimento dei Cud Inps, mancato o ritardato invio, indirizzi sbagliati, etc., da quest'anno si aggiungerà - sempre sulla base di quanto disposto dalla legge di Stabilità di Monti - l'ulteriore difficoltà per il pensionato Inps di dover scaricare il proprio Cud da solo, accedendo con un numero pin personale al portale dell'istituto e senza più l'invio di supporti cartacei. La giustificazione data dall'Inps è che non ha più soldi per inviare le raccomandate.

Soldi che evidentemente, però, non ha problemi a reperire per il suo presidente, Antonio Mastrapasqua, il quale continua a percepire stipendi d'oro per i suoi numerosi incarichi. Nella recente lista stilata dal ministero, compare solo il suo compenso da presidente Inps, ovvero 216.711,67 euro. Ma in questo conteggio non c'è il compenso che Mastrapasqua riceve in qualità di vicepresidente di Equitalia e quelli per gli altri 22 incarichi che possiede. Il suo reddito complessivo annuale sarebbe stato stimato in un milione e duecentomila euro. Viva l'Italia.

Articolo a cura di Claudio Prandini
Fonte Web

Modificato da - roberto in Data 09/02/2014 06:40:02
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